La CO2 andrà in un giacimento vuoto sotto l’Adriatico. Parte il progetto Eni

Eni 2020, il mix tecnologico per la transizione energetica

Nella guerra contro il clima che cambia si apre anche in Italia la sfida più complessa. La sfida della cattura dell’anidride carbonica, il gas accusato di riscaldare il clima. L’Eni ha avviato in via ufficiale l’iter per trasformare in un deposito sotterraneo di CO2 un vecchio giacimento vuoto di metano sotto il fondo dell’Adriatico al largo di Ravenna.
È stata pubblicata sul bollettino ufficiale delle attività minerarie di idrocarburi e geotermia Buig l’«Istanza di autorizzazione al programma sperimentale di stoccaggio geologico di anidride carbonica nella concessione di coltivazione A.C 26.EA».
Quel progetto è stato a lungo all’interno dei temi più dibattuti del Pnrr, il piano di rilancio che fa ricorso ai finanziamenti europei, dal quale finora pare escluso.
Sono poche righe, quelle dell’ istanza pubblicata sul sobrio bollettino Buig , ma dicono che anche in Italia si proverà a iniettare nel sottosuolo l’anidride carbonica, il gas scaldaclima; e ciò si farà in quel giacimento Porto Corsini Mare che aveva sigillato il metano per migliaia di anni, prima che il gas ne venisse sfruttato.
Insomma: rimettere il carbonio là da dove era stato estratto.

Le contestazioni: avvelenare i pozzi

Prima ancora che il progetto venisse avviato erano già cominciate le contestazioni.
Da mesi ci sono pagine web in cui comitati nimby insorgono contro la devastazione di Ravenna, nelle chat e dei dibattiti sulle piattraforme social alcuni solleticano la paura della CO2 pompata nei pozzi e parlano di avvelenamenti di massa e terremoti.
Anche una parte del movimento ambientalista è contraria con forza al pompaggio della CO2 nel sottosuolo, tecnologia considerata alcuni ecologisti un palliativo costosissimo destinato a mantenere in vita un modello di produzione e di consumo da loro disprezzato.

L’Aie: è indispensabile per azzerare le emissioni

Di opinione differente gli esperti del settore, come l’ Agenzia internazionale dell’energia (Aie-Iea) la quale nell’analisi delineata a metà maggio ha sancito che le tecnologie di cattura e confinamento dell’anidride carbonica sono uno strumento senza il quale non sarà possibile azzerare le emissioni.

A ciò si aggiunge il costo dei diritti di emissione, che per alcuni segmenti produttivi stanno diventando proibitivi, costi tali da far uscire dal mercato diverse aziende fino a portarle al fallimento.
I settori cosiddetti “hard to abate” (cioè quelli ad alta intensità energetica in cui l’emissione di anidride carbonica è davvero “difficile da abbattere”) sono i più esposti, ma le politiche ambientali europee hanno ristretto il mercato dei diritti per le emissioni di CO2 in modo da farli rincarare e farli diventare un elemento fondamentale delle politiche aziendali.

La CO2 rincara. Seppellirla diventa competitivo?

E sta accadendo.
Per moltissimi anni, una tonnellata di CO2 aveva un costo nell’ordine dei pochi euro, fra i 5 e i 10 euro. Un valore leggero, non riusciva a ridurre le emissioni.
L’anno scorso, a furia di aggiustamenti normativi e affinamenti, l’Europa ha reso più severo il valore di emissione attorno ai 20 euro.
Oggi, con le nuove rigorose politiche ambientali, per emettere in Europa una tonnellata di anidride carbonica bisogna pagare oltre 40 euro di diritti e il mercato si avvicina a 50, mentre le previsioni parlano di tendenze a breve e medio termine attorno ai 75 euro la tonnellata.
Di fronte a questi costi, potranno diventare interessanti le dispendiose tecnologie di cattura e sequestro dell’anidride carbonica.

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